La pratica del Ricominciare da capo

Scuola di Formazione in Counseling Transpersonale Alma Sana

LA PRATICA DEL RICOMINCIARE DA CAPO

ORIGINI e SCOPO

 

La pratica del ricominciare da capo ebbe origine in India, in epoca vedica, circa 5.000 anni prima di Cristo. Venne ritualizzata nella cerimonia di Pavarana, che si tiene ogni anno in ottobre, al termine della stagione delle piogge. Pavarana significa invito. La pratica dà a una comunità, a una famiglia o a una coppia, un’occasione per ritrovarsi e comunicarsi le esperienze in un contesto di consapevolezza e reciproco sostegno. Si mette in atto con profonda attenzione a ciò che si dice e si ascolta. Lo scopo è di promuovere la condivisione a cuore aperto dei sentimenti per superare le difficoltà che insorgono tra le persone. Lo scopo è ristabilire l’armonia nelle famiglie e/o nelle comunità, esprimere o rivelare in modo salutare i propri dispiaceri, le ferite o i torti subiti, in modo che si possa davvero ricominciare da capo.

 

Infine si può esprimere il proprio dispiacere e dare parole al proprio dolore causato da altri. Quando una persona parla, nessun altro parla o interrompe, e le viene dato tutto il tempo di cui sente d’aver bisogno. Si ascolta senza aspettare di rispondere: non esiste cioè nessun tipo di feedback come solitamente avviene nei circle time psicoterapici o di Counseling (restituzione, riformulazione etc).  Si ascolta con profonda attenzione, in modo che la sofferenza di chi parla possa essere trasformata dall’ascolto, e che l’altro si senta ascoltato, libero di esprimersi e non giudicato. Non si accusa e non ci si sente accusati. Se vengono proferite recriminazioni non si cerca di replicare né di difendersi negando. Si ascolta, con attenzione, a cuore aperto. Infatti non è di risposte che abbiamo bisogno, ma di ascolto profondo.

 

LA PRATICA

 

Siediti sulla sedia o sul cuscino da meditazione

con un vaso di fiori appena sbocciato di fronte,

segui il tuo respiro,

dai inizio alla pratica.
La pratica del “Ricominciare da capo” consiste di quattro parti:

  1. annaffiare i fiori;
  2. “mi dispiace” : esprimere la nostra parte di responsabilità:
  3. esprimere le nostre ferite e difficoltà;
  4. chiedere aiuto.

 

Grazie a questa pratica evitiamo che maturino astio, irritazione, malanimo o rancore durante la settimana e creiamo condizioni serene e positive per noi e per gli altri.

Cominciamo con l’annaffiare i fiori.
Alzati in piedi,

cammina lentamente verso i fiori,

prendi il vaso tra le mani,

torna a sederti.

Cerca di richiamare alla memoria una difficoltà che si  è presentata nella tua vita,

potrebbe trattarsi di un fraintendimento o di una discussione con qualcuno,

una situazione in cui hai provato una certa rabbia o un po’ di rimorso

o di senso di colpa per quel che è successo.

A questo punto, una volta portata alla mente la situazione,

lasciala lì sul banco di lavoro della mente.

 

Nella pratica di annaffiare i fiori, riconosci le buone qualità della persona con cui hai avuto la difficoltà lasciata sul banco di lavoro. Come sostiene Thich Nhat Hanh, monaco zen, poeta e costruttore di pace, ognuno possiede aspetti salutari, riconoscibili alla luce della consapevolezza. Quando riconosciamo sinceramente le qualità dell’altra persona, è molto difficile rimanere vincolati a sentimenti di rabbia e sentimento. Ci ammorbidiamo, la nostra prospettiva si amplia e diventa in grado di includere tutti gli aspetti della realtà. Non è adulazione, ma incoraggiamento delle cose meravigliose che vediamo gli uni negli altri. Quando non siamo più prigionieri di percezioni distorte e limitate o di giudizi, possiamo facilmente trovare la via della riconciliazione con le altre persone. Lo scopo essenziale della pratica è ristabilire amore e comprensione.

 

Nella seconda parte della pratica, riponi il vaso di fiori al suo posto ed evoca nella tua mente frasi di dispiacere per le azioni che hanno potuto ferire l’altro. Qualche volta basta una frase detta senza pensarci per ferire qualcuno. Esprimere dispiacere per le mancanze commesse è una buona opportunità per rimuovere i dispiaceri causati dalla propria sventatezza. Si possono anche invitare gli altri a commentare le proprie mancanze di cui non si è coscienti.

 

Nella terza parte, riferisci, sempre nella tua mente, i modi in cui l’altro ti ha ferito e la situazione che ti crea ancora dolore nel cuore. E’ fondamentale esprimersi con parole amorevoli. Questa fase è un’occasione per esprimere il proprio dispiacere e dare parole al proprio dolore causato da altri, evitando sia il rischio di implodere sia quello di avere un’esplosione di rabbia nei confronti dell’altro nel momento in cui non riusciamo più a contenere il dolore e/o la rabbia.

 

Alla fine di questo tempo di pratica, concediti l’agio di stare seduto

insieme al respiro e al corpo, dimorando in pace

nella consapevolezza di poter riparare a un evento spiacevole, 
riconciliandoti con te stesso e con l’altro.
A questo punto è fondamentale riconciliarci con l’altro attraverso delle azioni concrete, che incarnino i valori di amorevolezza della pratica appena fatta.

 

Possiamo scrivere una lettera, oppure possiamo utilizzare, con l’altro, le tre frasi di riconciliazione:

  1. “Sono in collera. Soffro e voglio che tu lo sappia.”
  2. “Sto facendo del mio meglio. Mi dispiace che ti abbia fatto soffrire.”
  3. “Per favore aiutami. Da solo non riesco a trasformare questo dolore e questo risentimento”.

 

Quest’ultima frase, “chiedere aiuto” è quella che da vita alla quarta e ultima fase della pratica. E’ possibile proporre all’altro uno “scambio di impegni”:

 

“io ti chiedo, se possibile, ………… e in cambio io mi impegno a…………..”

 

La riconciliazione è possibile anche con una persona molto lontana, con chi si rifiuta di risponderci al
telefono o di aprire la lettera che abbiamo spedito, o anche con persone che non ci sono più.

Riconciliarsi significa che compiamo questo lavoro in noi stessi per recuperare la pace.

 

Per approfondire (bibliografia opzionale):