“… Ma Buddha era un terapeuta o i terapeuti di oggi sono tutti dei piccoli Buddha?”

 

Tratto dal mio primo libro LA VIA DELL’ARTCOUNSELING, Creativa edizioni, 2011. Un paragrafo semplice su uno dei temi che mi stanno da sempre più a cuore. Buona lettura!

“… MA BUDDHA ERA UN TERAPEUTA O I TERAPEUTI DI OGGI SONO TUTTI DEI PICCOLI BUDDHA?Riflessioni sulle sinergie fra spiritualità e psicologia, e sull’importanza della supervisione del terapista”

Uno dei motivi per cui ho scelto la professione di artcounselor è che questo lavoro mi permette di ascoltarmi, dedicarmi attenzione ed espandere ogni giorno la mia capacità di osservare, accettare e trasformare, quando è possibile, certi tratti del mio carattere, in un continuo processo di evoluzione e crescita personale. Questa non è una possibilità di scarso valore, soprattutto in un’epoca come la nostra in cui prevalgono distrazioni di massa e rincorse ad ogni forma possibile di successo sociale.
Per una persona che ha scelto di accompagnare gli altri lungo percorsi di crescita è infatti di vitale importanza non tanto aver risolto ogni problema personale, perché vivere nell’illusione della perfezione non è affatto piacevole, ma aver almeno imparato a stare in contatto con le parti più intime di sé, a conoscerle, quindi, e soprattutto riconoscerle, accettarle e gestirle.
La verità è che non esiste counselor perfetto perché non esiste essere umano perfetto (ad eccezione di poche anime realizzate)
e forse anche perché il raggiungimento della perfezione attrarrebbe istantaneamente l’essere umano verso mondi diversi dal nostro.
Personalmente non sono mai stata troppo convinta della contrapposizione tra percorso spirituale e percorso terapeutico, che invece spesso molti evidenziano (col termine terapeutico mi riferisco a tutta l’area della cura della persona, che comprende quindi anche il Counseling, e col termine spirituale ad ogni metodo o tecnica in grado di connetterci col divino). Qualcuno fonda questa differenza sulla diversa qualità dell’empatia (la capacità di calarsi nei panni dell’altro, pur mantenendo la propria centratura) e della compassione (il sentire con l’altro, secondo un termine diffuso in vari contesti religiosi, soprattutto orientali).
Io credo invece che i due percorsi siano complementari e perfettamente funzionali al loro grande fine comune: la liberazione dai condizionamenti del passato e la conquista della libertà di essere chi siamo veramente, ciascuno in base alle proprie scelte ed al proprio cammino.
La via spirituale (quella che, secondo alcuni, inizia una volta che si sono superati il piano fisico, emotivo e mentale) può favori- re stati di coscienza decisamente elevati, ma questo non ha ancora molto a che fare col significato del termine spirituale propriamente inteso, che, secondo me, si riferisce piuttosto ad altri e ben più faticosi fattori: l’intenzione sincera di scoprire la verità su noi stessi, che non è sempre piacevole; la disponibilità ad accettare il dolore come parte della vita, senza fuggirlo; la saggezza di seguire una sadhana quotidiana, che poco per volta trasformerà le nostre vecchie abitudini e ci permetterà di imparare dai nostri errori, riducendo le occasioni di sofferenza (o almeno rendendoci più capa- ci di affrontarle); infine la capacità di provare compassione ed amore, per noi stessi e per gli altri.
Ma questo non somiglia almeno un po’ anche al fine di una buona terapia o di un buon percorso di Counseling?
Oltretutto spesso avvengono fenomeni strani: a volte la meditazione può scendere così in profondità da far affiorare traumi rimossi o nuove coazioni a ripetere (le tendenze karmiche del linguaggio spirituale orientale) e la persona può di nuovo sentire il bisogno di rivolgersi ad un terapeuta per poi tornare a meditare in modo ancora più profondo, e così via.
Se mettiamo per un attimo da parte la psicoterapia cognitivo- comportamentale, rivolta principalmente allo studio dei meccanismi mentali e intellettivi, il discorso si confonde ancora di più appena pensiamo agli orientamenti più innovativi della psicologia contemporanea: mi riferisco alla Psicologia Transpersonale di Maslow o di Wilber, alla Corenergetica, alla Psicosintesi, ma anche a quelle che fino a poco tempo fa erano chiamate terapie alternative e che oggi per fortuna si è scelto di chiamare complementari (Pranoterapia, Reiki, Diksha, Shatzu etc.). Qui i confini tra terapeutico e spirituale si fanno ancora più ambigui: la visione olistica dell’Uomo del terzo millennio sta veramente plasmando una concezione più unitaria dell’Essere, dove le differenze scompaiono e l’Uno si fa gradualmente più spazio. Se poi pensiamo all’uso sempre più frequente di tecniche di meditazione da parte degli psicoterapeuti, e talvolta dei medici, diventa davvero difficile capire se Buddha era un terapeuta o se i terapeuti di oggi sono tutti dei piccoli Buddha. Certo è che, al di là di esperienze mistiche o spirituali in senso stretto, che non sono oggetto del presente studio, la ricerca sugli effetti terapeutici della meditazione ormai coinvolge sempre più anche il campo medico-scientifico: in particolare, sembrano destare interesse importanti risultati tra cui la riduzione dello stress, il rafforzamento del sistema immunitario, la sollecitazione della coerenza tra gli emisferi cerebrali, il miglioramento della capacità di problem solving e la liberazione da stati di profondo disagio come la depressione o gli attacchi di panico (studi in tal senso sono stati compiuti dal dott. Nitamo Montecucco presso l’Accademia Olistica di Bagni di Lucca e più recentemente dal Cnr di Pisa).
È ormai tempo che la meditazione venga considerata una pratica libera da qualsiasi presupposto culturale, religioso o spirituale (anche se naturalmente potrà essere connessa a qualcuno di questi) ed inizi ad essere osservata per quello che è: un’esperienza di ascolto che abbraccia ed unifica la molteplicità delle dimensioni che caratterizzano la nostra esistenza.
Parlando di meditazione ci possiamo trovare in un contesto medico (quando ci riferiamo ai suoi effetti fisiologici), psicologico (quando ci riferiamo ai suoi effetti cognitivi ed emotivi) o spirituale (quando ci riferiamo al suo aspetto di ricerca sul senso della sacralità della vita) e forse è proprio questo pluralismo applicativo che genera la confusione solitamente attribuita a questo termine.
Eppure, se osserviamo con attenzione, finiamo per scoprire un elemento comune che avvicina tutti questi suoi potenziali utilizzi: in ogni caso pare che la meditazione provochi uno stato di presenza consapevole capace di sviluppare la coscienza globale del Sé, cioè quello stato di coscienza che permette all’individuo di autopercepirsi come un’unità in contatto con ogni sua parte (mente, corpo, anima e spirito), ovvero la sensazione di esistere nel qui ed ora.
È chiaro che quando entra in gioco il campo della crescita personale si fuoriesce una volta per tutte da un’ottica spirituale e si approccia un’ottica laica in cui la spiritualità non trova più il suo logico referente nella religione, ma riguarda direttamente lo sviluppo del potenziale umano, quindi il lavoro di espansione del Sé. In questa accezione, quindi, anche l’artcounselor sarà in grado di proporre percorsi di tipo meditativo, non volendo per questo attrarre verso di lui etichette di guru o insegnante spirituale.
Un’ultima riflessione a vantaggio della collaborazione (e comunque della possibile confluenza) tra lavoro terapeutico e ricerca spirituale: se il Counseling si occupa di stabilire (o ristabilire) il benessere delle persone mentre la spiritualità si occupa di stabilire un contatto con Dio, come si può pensare di poter stabilire un contatto con Dio senza prima aver affrontato se stessi?
E come si può affrontare se stessi senza aver prima trovato il sostegno di Dio? Cioè senza prima aver reintegrato la parte della nostra struttura psichica che abbiamo proiettato fuori da noi (Dio= d-io, fuori da me)? Non a caso tutti i Maestri di Meditazione ripetono sempre che per conoscere Dio bisogna prima aver conosciuto se stessi!
Eva Pierrakos, moglie dello psichiatra John Pierrakos (il fondatore della Corenergetica), è nota per aver canalizzato una serie di insegnamenti di un’entità spirituale non incarnata che non ha mai svelato il suo nome (facendosi chiamare semplicemente Guida) tramite il metodo della scrittura automatica. Queste lezioni hanno lo scopo di favorire il Risveglio creativo e spirituale dell’uomo: nel IV volume de Il Sentiero (l’insieme di questi insegnamenti), Eva, o meglio l’entità che si esprimeva attraverso di lei, spiega che un percorso psicologico, generalmente, si pone come obiettivo ultimo la dissoluzione dei disagi più o meno gravi della personalità, men- tre la via spirituale mira a realizzare lo Spirito e a renderci consapevoli del nostro ruolo terreno all’interno del Piano Divino.
Ogni percorso, insomma, ha il suo fine e i suoi obiettivi, pur essendo diretti versi un’unica meta: la realizzazione della pace e dell’armonia, sia dentro di sé sia nel mondo. Siccome ogni persona ha il suo ruolo ed i suoi limiti, a me è capitato più volte di indirizzare alcuni miei clienti verso maestri e vie di meditazione, una volta che sentivo di averli accompagnati fin dove avevo qualcosa da offrire loro. La collaborazione sul Piano Creativo funziona anche così!
Tornando al nostro argomento, sono convinta che se un essere umano sceglie di dedicarsi al benessere e alla guarigione degli altri lo fa quasi sempre in virtù di una particolare sensibilità, ma anche per una sua personale esigenza di liberare e potenziare ancora certe parti di sé. Questo fattore, per ogni operatore, non è un difetto ma al contrario un tesoro, perché rappresenta il terreno più fertile per far germogliare la capacità di provare empatia.
Con Jung e Rogers, infatti, ho sempre pensato che il terapeuta (o il counselor, nel nostro caso) sia il primo strumento di cura di cui si avvale il cliente e che la sua storia personale prevalga di gran lunga sulle tecniche e sulle teorie da lui utilizzate (la Francia, ad esempio, apre le scuole di psicoterapia non solo a laureati in Medicina o Psicologia, ma anche a laureati in discipline umanistiche, e ritiene criteri preferenziali all’ammissione una formazione personale e professionale eclettica e comprovati anni di lavoro su di sé; anche in Italia, d’altro canto, esistono scuole di Psicoanalisi dove l’ammissione dipende esclusivamente – non dal possesso di una laurea in Medicina o Psicologia, ma – da una valutazione insindacabile dei curricula dei candidati da parte di una commissione didattica).
Sono anche d’accordo con Fromm: ogni terapeuta può accompagnare il paziente solo fino al punto in cui lui è arrivato (ad eccezione del medico, che in genere non è tenuto a gestire conflitti di natura psicologica né ad aver sofferto di cuore per essere un bravo cardiologo).
Il sentire del terapeuta, insomma, è il primo strumento-guida del suo agire, al di là di tutte le tecniche apprese durante la formazione e magari ripetute in modo meccanico da chi (quasi) si vanta di avere tanti pazienti e di riuscire a gestirli senza aver mai lavorato un giorno su di sé.
Ecco un esempio di quello che sto cercando di dire: qualche tempo fa ho guidato una meditazione attiva durante la quale alternavo momenti di immaginazione passiva: “chiudi gli occhi, respira, senti qual è il bisogno più importante per te in questo momento della tua vita, qual è l’ostacolo che ti impedisce di realizzarlo, adesso vai col ricordo all’origine di questo ostacolo etc…”, a momenti di sensibilizzazione corporea: “senti dove si trova nel corpo questo ostacolo, mettici una mano sopra, prova a sentire il contatto tra la mano e la parte del corpo che stai toccando, cosa sta provando questa parte di te?”. E poi ancora: “focalizza l’attenzione al centro del petto, immagina di avere un sole lì, e che da questo sole partano tanti raggi, prova ad espandere questi raggi fino alla zona massima che puoi riuscire a riempire, aiutati con le braccia e le gambe a percepire questo spazio tutto intorno a te…”. Bene, anche se in quella occasione avevo deciso di seguire una traccia scritta, presto mi resi conto che era un mio torpore alla spalla a suggerirmi di scrollarla e di dire ai presenti di fare altrettanto; era un mio
nodo alla gola a suggerirmi di proporre un canto; era una mia difficoltà a riaprire gli occhi ad invitare i presenti a picchiettarsi tutto il corpo per recuperare il contatto con la realtà (tapping).
In altri casi, al cliente che proclamerà con veemenza il suo impellente bisogno di pace, il counselor potrà rispondere con un feedback in cui gli dirà di essersi sentito aggredito, avviando così un confronto importante.
Oppure, ancora, assumendo la postura e la camminata del cliente, l’operatore potrà avvertire una sensazione di chiusura, di fragilità o di paura, che rimanderà al suo assistito proponendogli anche solo un semplice gesto per esplorare nuove possibilità di stare con se stesso e col mondo.
Se poi io soffro di dipendenza affettiva, quante possibilità ho di aiutare il cliente a superare la sua? Certo, il counselor è un essere umano e come tale avrà i suoi talloni d’Achille, ed è vero, come dicevamo all’inizio, che non esiste operatore perfetto. Tuttavia sarà importante che il counselor abbia cura di sé, che cerchi di tenere pulito lo strumento, e che ogni tanto abbia l’umiltà di farlo supervisionare da un collega più esperto.
In questo senso vale il concetto di responsabilità personale, base etica dell’agire di ogni essere umano, non solo di chi ha scelto di occuparsi del benessere altrui.
Se voglio lavorare con gli altri, quindi, dovrò sapere che rispettare l’impegno di (almeno) una supervisione mensile mi aiuterà ad essere più autoconsapevole ed a riallineare il mio sistema energetico; che una corretta alimentazione gioverà al mio equilibrio psicofisico e alla mia capacità di concentrazione; che una regolare autoanalisi mi manterrà lucido ed in contatto col mio baricentro emotivo, etc. Piccole regole che possono diventare sane abitudini non appena ci rendiamo conto che tra noi e gli altri non c’è alcuna differenza, e che aver deciso di lavorare con le persone in fondo significa aver fatto un patto di fedeltà prima di tutto verso se stessi.

Barbara Bedini