Creatività, Artiterapie  e Mindfulness

materialismo spirituale

Uno studio molto interessante si è occupato della relazione tra Meditazione e pensiero creativo. Prima di entrare in tema, un breve cenno a due concetti preliminari, quelli di pensiero divergente e pensiero convergente.

In sintesi, per pensiero divergente si intende la capacità di creare nuove idee, di uscire dagli schemi noti per attuare soluzioni alternative; per pensiero convergente si considera invece la capacità di tipo logico-deduttivo che implica una risposta tra quelle possibili già interiorizzata – e quindi conosciuta – dal soggetto.

Un interessante studio sulla correlazione tra pratica della Meditazione e pensiero creativo arriva dalle psicologhe cognitive Lorenza Colzato e Dominique Lippelt dell’Università di Leiden[1]. Oggetto dello studio è stato un gruppo formato da 40 soggetti di cui alcuni esperti meditatori, altri principianti. Agli esaminandi sono stati proposti alcuni compiti cognitivi dopo aver eseguito 25 minuti di Meditazione con il fine di studiare l’influenza della Meditazione sui due tipi di pensiero, divergente e convergente.

Il tipo di Meditazione che ha dato risultati più interessanti è quella cosiddetta “open monitoring”, ovvero quella che implica la ricettività del meditante alle sensazioni e ai moti della mente, rispetto alla Meditazione “focused attention” che prevede la concentrazione su un oggetto o su un pensiero.

Nei meditatori open monitoring sono stati infatti riscontrati miglioramenti nel pensiero divergente, mentre in quelli “focused attention” non si sono riscontrati dati significativi che indicassero il miglioramento o il decadimento nelle diverse modalità di pensiero. Nel primo caso, i partecipanti allo studio sono stati in grado di generare un numero maggiore di soluzioni inedite rispetto al passato, confermando i benefici della pratica per potenziare il pensiero creativo.

Quest’ultimo, va sottolineato, non si riferisce naturalmente solo al campo artistico, ma anche a molte situazioni quotidiane. La capacità di problem solving – tanto decantata negli ambienti lavorativi – vede nella creatività una potente alleata nella gestione della realtà contemporanea sempre più complessa e articolata.

Saper elaborare soluzioni nuove, attuare processi inediti, uscire dai propri schemi sono qualità fondamentali a livello umano, psicologico e professionale, se si vuol migliorare le proprie prestazioni e la propria qualità della vita. Il fatto che la Meditazione offra un valido contributo in tal senso, ha fatto sì che la ricerca si stia ormai interessando da tempo ad esplorarne gli effetti (anche) dal punto di vista scientifico.

Non solo: la Meditazione si rivela molto utile anche come pratica propedeutica e facilitante l’ascolto profondo, premessa necessaria e conditio sine qua non di una condizione di effettivo contatto interiore.

In tema di Artiterapie espressive, si tratta della differenza che passa fra un atto terapeutico e creativo partorito dalla superficie del sé con quello partorito dai recessi più profondi dell’inconscio o quantomeno del subconscio del paziente: è per questa ragione che ritengo fondamentale utilizzare la Mindfulness, o una qualunque pratica contemplativa, sia come premessa di ogni atto artiterapeutico che come sua naturale conclusione, stavolta al fine di una miglior integrazione e debriefing dell’esperienza espressiva in senso stretto.

La rivista Scientific American ha avviato un meticoloso lavoro di raccolta dei dati relativi agli effetti della Meditazione sul cervello.

Finalmente disponiamo di una massiccia dose di informazioni sull’efficacia di questa pratica a livello cerebrale, che è essenziale imparare a decifrare tenendo sempre nella massima considerazione uno degli elementi chiave per una corretta valutazione dei risultati: la costanza del praticante.

La maggior parte degli studi disponibili, infatti, fa riferimento a esiti ottenuti da meditatori esperti, cioè da chi pratica la Meditazione da almeno 20 anni.

A ben vedere le Neuroscienze studiano gli effetti della pratica meditativa sulle principali funzioni cerebrali già dal 2005, quando la Society for Neuroscience avanzò la richiesta ufficiale di partecipazione al 14esimo Dalai Lama Tenzin Gyatso (figura di riferimento del Buddismo tibetano) in occasione dell’incontro avvenuto a Washington. Al tempo, una figura religiosa in un contesto scientifico sembrava davvero un tentativo azzardato!

Con gran sorpresa dell’ambiente accademico, invece, in quell’occasione Tenzin Gyatso offrì un contributo davvero interessante sul legame intimo che connette il Buddismo, l’antico sapere proveniente dall’India e la scienza moderna.

Già dai primi anni ‘80 il Dalai Lama ha infatti avviato un dialogo tra scienza e buddismo, aprendo la strada a una nuova sottodisciplina che avrebbe poi preso il nome di Contemplative Neuroscience, o Neuroscienza contemplativa.

Oggi lo studio dell’efficacia clinica e la ricerca in tema di pratiche contemplative è portata avanti dal neuropsichiatra Angelo Gemignani, preside della Facoltà di Psicologia clinica e della salute dell’Università di Pisa nonché direttore di uno dei gruppi di ricerca del Cnr più attivi in questo settore. Gemignani, dopo esser stato in India dietro invito del Dalai, e averlo a sua volta invitato a Pisa al fine di conferirgli –  a settembre 2017 – la laurea honoris causa in Psicologia, ha istituito un Master di I livello in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche contemplative, in cui fra i docenti troviamo congiuntamente (e sorprendentemente!) neuroscienziati, psicologi e lama buddisti. Mi auguro che questo settore di ricerca si espanda sempre più sia negli ambienti accademici che in contesti di clinica.

Tornando ai benefici che la scienza riconosce alla pratica meditativa, troviamo, fra i principali, un miglioramento delle funzioni del metabolismo, del battito cardiaco, della respirazione, dell’ansia e dello stress.

Un sempre maggior numero di studi conferma che dopo una seduta di Meditazione la pressione sanguigna si fa più regolare e l’azione benefica su stati di ansia, panico cronico o depressione è senza dubbio degna di nota.

Oggi su PubMed, il più vasto e potente motore di ricerca di articoli scientifici del mondo, il termine Meditation è presente in ben 12000 pubblicazioni scientifiche, un segno eclatante dell’indiscutibile efficacia delle tecniche di meditazione.

A livello cerebrale, esistono evidenti effetti sulla corteccia prefrontale e insulare. I risultati delle ricerche mostrano infatti che meditatori costanti riportano variazioni a livello cerebrale, ovvero significativi ampliamenti di volume delle sopracitate aree del cervello.
Nello specifico, i dati della rivista Scientific American si concentrano sugli effetti di un particolare tipo di Meditazione conosciuta come Mindfulness.

Dall’Università di Harvard giunge uno studio estremamente interessante condotto da Sara W. Lazar et coll.: in sintesi, i dati descrivono come questa pratica aiuti a diminuire il volume dell’amigdala, la regione del cervello deputata alla gestione della paura[2]. Grazie ad una assidua pratica meditativa, l’intero organismo sarebbe non solo meno “congelato” dalla paura con un evidente empowerment delle capacità decisionali, ma risulterebbe più fluida anche la gestione generale dello stress.

Un altro gruppo capitanato da Eileen Luders dell’Università della California, a Los Angeles, ha approfondito la differenza tra gli assoni che connettono le diverse regioni del cervello dei meditatori, rispetto a quelli di tutti gli altri.

Eileen Luders, professore assistente presso il Laboratorio di Neuroimaging UCLA, e colleghi hanno scoperto che  i meditatori a lungo termine hanno grandi quantità di “gyrification” (ripiegamento della corteccia cerebrale, che può consentire al cervello di elaborare le informazioni velocemente) rispetto alle persone che non meditano. Inoltre, una correlazione diretta è stata trovata tra la quantità di gyrification e il numero di anni di meditazione,  fornendo un’ulteriore prova della neuroplasticità del cervello, o la capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali.

L’articolo è apparso nell’edizione online della rivista Frontiers in Human Neuroscience[3]. La corteccia cerebrale è lo strato più esterno del tessuto neurale. Tra le altre funzioni, svolge un ruolo chiave nella memoria, nell’attenzione, nel pensiero e nella coscienza. Gyrification o ripiegamento corticale è il processo mediante il quale la superficie del cervello subisce modifiche per creare stretti solchi e pieghe chiamati “sulci” e “gyri”.

La loro formazione può promuovere e valorizzare l’elaborazione neurale.

Presumibilmente quindi, maggiore è il ripiegamento, migliore sarà l’elaborazione delle informazioni, delle decisioni, delle memorie e così via. “Piuttosto che limitarsi a confrontare meditatori e non meditatori, abbiamo voluto vedere se c’è un legame tra la quantità di pratica della meditazione e la misura di alterazione del cervello”, ha detto Luders.

Tra i 49 soggetti reclutati, i ricercatori hanno effettuato una risonanza magnetica su 23 meditatori e li hanno confrontati con 16 soggetti di controllo abbinati per età, manualità e sesso.

I meditatori avevano eseguito la loro pratica in media per 20 anni utilizzando una varietà di tipi di meditazione Samatha, Vipassana,  Zen e altro ancora. I ricercatori hanno applicato un approccio ben definito per misurare la “gyrification” corticale in migliaia di punti su tutta la superficie del cervello. Hanno trovato marcate differenze tra i gruppi (livelli più elevati di gyrification in praticanti di meditazione attive) attraverso un campione ampio della corteccia.

Sono studi rivoluzionari che evidenziano un vero e proprio cambiamento strutturale a livello del sistema nervoso centrale.

Molti altri studi inoltre sottolineano l’influsso positivo di questa pratica durante la dieta, in quanto migliorerebbe il rapporto con il proprio corpo e con il cibo, in caso di dolore cronico e in casi di infertilità per cause ignote[4].

Nuovi studi anche dalla penisola iberica, stavolta ad opera di Perla Kaliman dell’Istituto per le ricerche biomediche di Barcellona, si sono concentrati sul rapporto tra stati infiammatori e Meditazione, rilevando come un solo giorno di intensa pratica meditativa riduca l’attività dei geni che regolano le infiammazioni e alterano le funzioni enzimatiche coinvolte nel funzionamento genetico[5].

Un cenno, infine, anche al celebre monaco scienziato Matthieu Ricard che, insieme ad Antoine Lutz e Richard J. Davidson, ha creato un polo internazionale dove ancora una volta s’intreccia Scienza e Meditazione, presso l’Università di Madison in Winsconsin. In questo polo si svolgono costanti ricerche su monaci e praticanti per comprendere l’impatto della pratica sui processi biologici e sulla salute fisica, psicologica ed emotiva.

Fatte queste premesse, occorre evidenziare la stretta interconnessione tra Meditazione e Artiterapie, in sostanza tra pratica contemplativa e atto terapeutico. Questo in quanto, tengo molto ad evidenziare questo aspetto, a mio avviso una tendenza attuale purtroppo molto diffusa è quella di offrire indiscriminatamente tecniche di Meditazione a chi non ha ancora lavorato sufficientemente – né ha intenzione di lavorare – sulla risoluzione dei conflitti della propria personalità (famiglia, lavoro, ombre e risorse).

Non a caso ho avuto frequenti occasioni di notare come molti meditatori principianti, dopo un’iniziale e pseudosensazione di esaltazione-benessere, si ritrovino a vivere i loro abituali conflitti con un’intensità addirittura maggiore.

La ragione di questo risiede semplicemente nel fatto che la Meditazione non ha tanto lo scopo di favorire il benessere personale – come hanno le tecniche di rilassamento profondo, molto spesso scambiate con essa – quanto quello di offrire una lente di ingrandimento, quindi un profondo – ma pur sempre iniziale e inesaustivo – contatto, sulla propria realtà interiore.

In caso di intense conflittualità interiori, infatti, la Meditazione col tempo accentuerà ancora di più questa condizione, in modo da consentirne un’osservazione il più possibile neutrale e distaccata, ma pur sempre da affiancare ad un lavoro terapeutico e trasformativo come quello offerto ad esempio da una adeguata pratica artiterapeutica, al fine di scongiurare il rischio di effetti iatrogeni o più semplicemente di inutilità della pratica stessa.

La terapia espressiva, infatti, potrà favorire la ristrutturazione dei patterns conflittuali emersi a seguito di una sessione di Meditazione, ad esempio aggiungendo colore ad una tela scura,  ampliando dolcemente un movimento corporeo che esprime chiusura, trovando un lieto fine ad un racconto autobiografico e via dicendo.

Uno dei motivi per cui ho scelto la professione di artcounselor e artiterapeuta è che questo lavoro mi permette di ascoltarmi, dedicarmi attenzione ed espandere ogni giorno la mia capacità di osservare, accettare e trasformare, quando è possibile, certi tratti del mio carattere, in un continuo processo di evoluzione e crescita personale. Questa non è una possibilità di scarso valore, soprattutto in un’epoca come la nostra in cui prevalgono distrazioni di massa e rincorse ad ogni forma possibile di successo sociale.

Personalmente sono sempre stata piuttosto convinta della profonda utilità di un approccio trasformativo che combini percorso meditativo e percorso terapeutico, sebbene ancora oggi esistano sia terapeuti sia insegnanti di Meditazione che la contrastano. Qualcuno fonderebbe la loro intrinseca differenza sulla diversa qualità dell’empatia (la capacità di calarsi nei panni dell’altro, pur mantenendo la propria centratura) e della compassione (il sentire con l’altro, secondo un termine diffuso in vari contesti religiosi, soprattutto orientali).

Io credo invece che i due percorsi siano complementari e perfettamente funzionali al loro grande fine comune: la liberazione dai condizionamenti del passato, la conquista della propria autorealizzazione e l’espressione del proprio potenziale, ciascuno in base alle proprie scelte e alla propria natura.

Una costante pratica meditava può favorire stati di coscienza decisamente elevati. Ormai anche in ambiti accademici si parla di stati straordinari di coscienza, o esperienze di vetta, ma questo non esaurisce ancora l’elenco dei fini, potremmo dire analitici e introspettivi, della pratica meditativa: l’intenzione sincera di scoprire la verità su sé stessi, che non è sempre piacevole; la disponibilità ad accettare il dolore come parte della vita, senza fuggirlo; la saggezza di seguire una pratica quotidiana, che poco per volta trasformi le vecchie abitudini e permetta di correggere i propri schemi disfunzionali, riducendo le occasioni di sofferenza; l’accrescimento del pensiero creativo e della capacità di trasformare i copioni disfunzionali infantili in copioni adatti alla propria natura e alla vita adulta. Mi sembra evidente come questi fini somiglino in tutto e per tutto a quelli della Psicoterapia e del Counseling!

Oltretutto, nei casi in cui Artiterapie e Meditazione siano svolte da operatori diversi, accade talvolta che la Meditazione scenda così in profondità da far affiorare traumi rimossi o nuove coazioni a ripetere  in modo tale da far sentire alla persona il bisogno di rivolgersi ad un terapeuta per poi tornare a meditare in modo ancora più profondo, e così via.

Al di là degli interessanti contributi della Psicoterapia cognitivo-comportamentale, il discorso si fa ancora più affascinante appena pensiamo agli orientamenti più innovativi della Psicologia contemporanea: mi riferisco alla Psicologia Umanistica e poi Transpersonale di Maslow e Wilber, alla Corenergetica, alla Psicosintesi, ma anche a quelle che fino a poco tempo fa erano chiamate terapie alternative e che oggi fortunatamente si è scelto di chiamare complementari (Pranoterapia, Reiki, Diksha, Shatzu etc.). Qui i confini tra terapeutico e meditativo si fanno ancora più ambigui: la visione olistica dell’Uomo del terzo millennio sta veramente plasmando una concezione più unitaria dell’Essere, dove le differenze scompaiono e il concetto di integrazione globale si fa gradualmente più spazio.

Certo è che, al di là delle esperienze straordinarie in senso stretto, che fuoriescono dall’oggetto di questo lavoro, tengo a ribadire come la ricerca sugli effetti terapeutici della Meditazione ormai coinvolga sempre più anche il campo medico-scientifico.

Ai benefici in precedenza accennati, aggiungo importanti risultati tra cui il rafforzamento del sistema immunitario, la sollecitazione della coerenza tra gli emisferi cerebrali e la liberazione da stati di profondo disagio come la depressione o gli attacchi di panico (studi in tal senso sono stati compiuti dal dott. Nitamo Montecucco presso l’Accademia Olistica di Bagni di Lucca, oltre dal già citato Cnr di Pisa).
È ormai tempo che la Meditazione venga quindi considerata una pratica libera da qualsiasi presupposto culturale, religioso o spirituale (anche se naturalmente potrà essere connessa a qualcuno di questi) ed inizi ad essere osservata per quello che è: un’esperienza di ascolto che abbraccia ed unifica la molteplicità delle dimensioni che caratterizzano l’esistenza dell’essere umano.

Parlando di Meditazione ci troviamo infatti in un contesto medico quando ci riferiamo ai suoi effetti fisiologici, psicologico quando ci riferiamo ai suoi effetti cognitivi ed emotivi o/e spirituale quando ci riferiamo al suo aspetto di ricerca sul senso della sacralità della vita, e forse è proprio questo pluralismo applicativo che genera la confusione solitamente attribuita a questa pratica.

Se però osserviamo con attenzione, finiamo per scoprire un elemento comune che avvicina tutti questi suoi potenziali utilizzi: in ogni caso la Meditazione provoca uno stato di presenza consapevole capace di sviluppare la coscienza globale del Sé, cioè quello stato di coscienza che permette all’individuo di autopercepirsi come un’unità in contatto con ogni sua parte (mente, corpo e spirito), ovvero la sensazione di esistere nel qui ed ora.

È chiaro che quando entra in gioco il campo della crescita personale o della terapia vera e propria si fuoriesce una volta per tutte da un’ottica spirituale e si approccia un’ottica laica in cui la spiritualità non trova più il suo logico referente nella religione, ma riguarda direttamente lo sviluppo del potenziale umano, quindi il lavoro di espansione del Sé.

In questa accezione, quindi, anche l’artcounselor e/o l’artiterapeuta saranno in grado di proporre percorsi di tipo meditativo, non volendo per questo attrarre verso di loro etichette di guru o insegnanti spirituali.

Un’ultima riflessione a vantaggio della collaborazione (e della possibile confluenza) tra lavoro terapeutico e pratica meditativa: se la terapia si occupa di stabilire (o ristabilire) il benessere delle persone mentre la spiritualità si occupa di stabilire un contatto con Dio, come si può pensare di poter stabilire un contatto con Dio – inteso in questo ambito come senso della vita, come humus esistenziale in cui si dipana la nostra vita – senza prima aver affrontato se stessi?

Eva Pierrakos, moglie dello psichiatra John Pierrakos (il fondatore della Corenergetica), è nota per aver canalizzato una serie di insegnamenti di un’entità spirituale non incarnata che non ha mai svelato il suo nome (facendosi chiamare semplicemente Guida) tramite il metodo della scrittura automatica. Cito queste Lezioni in quanto seguite e utilizzate nella pratica psicoterapeutica di molti psicoanalisti e terapeuti del profondo con cui mi è capitato di lavorare, sia a titolo personale che professionale.

Queste lezioni hanno lo scopo di favorire il risveglio creativo e spirituale dell’uomo: nel IV volume de Il Sentiero (l’insieme di questi insegnamenti), Eva, o meglio l’entità che si esprimeva attraverso di lei, spiega che un percorso psicologico, generalmente, si pone come obiettivo ultimo la dissoluzione dei disagi più o meno gravi della personalità, mentre la via spirituale mira alla piena autorealizzazione dell’essere umano, quello che secondo Maslow rappresenta la punta della piramide, il bisogno più raffinato fra tutti quelli riconducibili alla natura dell’essere umano[6].

Ogni percorso, insomma, ha il suo fine e i suoi obiettivi, pur essendo diretti versi un’unica meta: la realizzazione della pace e dell’armonia, sia dentro di sé che nel mondo.
Con Jung e Rogers, ho sempre pensato che il terapeuta (o l’artiterapeuta, nel nostro caso) sia il primo strumento di cura di cui si avvale il cliente e che la sua storia personale prevalga di gran lunga sulle tecniche e le teorie da lui utilizzate (la Francia, ad esempio, apre le scuole di Psicoterapia non solo a laureati in Medicina o Psicologia, ma anche a laureati in discipline umanistiche, e ritiene criteri preferenziali all’ammissione una formazione personale e professionale eclettica e comprovati anni di lavoro su di sé; anche in Italia, d’altro canto, esistono scuole di Psicoanalisi dove l’ammissione dipende esclusivamente – non dal possesso di una laurea in Medicina o Psicologia, ma – da una valutazione insindacabile dei curricula dei candidati da parte di una commissione didattica).

Sono d’accordo anche con Fromm: ogni terapeuta può accompagnare il paziente solo fino al punto in cui lui è arrivato (ad eccezione del medico, che in genere non è tenuto a gestire conflitti di natura psichica né ad aver sofferto di cuore per essere un bravo cardiologo).

Il sentire del terapeuta, insomma, è il primo strumento-guida del suo agire, al di là di tutte le tecniche apprese durante la formazione e magari ripetute in modo meccanico da chi (quasi) si vanta di avere tanti pazienti e di riuscire a gestirli senza aver mai lavorato un giorno su di sé.

In Danzaterapia, ad esempio, assumendo la postura e la camminata del cliente il terapeuta potrà avvertire una sensazione di chiusura, di fragilità o di paura, e rimandarla al suo assistito insieme alla proposta di un semplice gesto che gli consenta di esplorare nuove possibilità di stare in contatto con se stesso e col mondo.

In questo senso vale il concetto di responsabilità personale, base etica dell’agire di ognuno, non solo di chi ha scelto di occuparsi del benessere altrui.

Se voglio lavorare nell’ambito della relazione d’aiuto, quindi, dovrò sapere che rispettare l’impegno di (almeno) una supervisione mensile mi aiuterà ad essere più consapevole e a contenere le zone interne più conflittuali; che una corretta alimentazione gioverà al mio equilibrio psicofisico e alla mia capacità di concentrazione; che una regolare autoanalisi mi manterrà lucido ed in contatto col mio baricentro emotivo, e così via.

Piccole regole che possono diventare sane abitudini non appena ci rendiamo conto che tra noi e i nostri pazienti forse non c’è poi molta differenza, e che aver deciso di lavorare con gli altri in fondo significa aver firmato un patto di fedeltà prima di tutto verso se stessi.

 

[1] Colzato L., Szapora, Lippelt D. & Hommel. Prior Meditation Practice Modulates Performance and Strategy Use in Convergent- and Divergent-Thinking Problems. Mindfulness. DOI: 10.1007/s12671-014-0352, 2014.

[2] Lazar S.W. et coll. Stress reduction correlates with structural changes in the amygdale, Soc Cogn Affect Neurosci. 2010 Mar;5(1):11-7. doi: 10.1093/scan/nsp034. Epub 2009 Sep 23: “Stress has significant adverse effects on health and is a risk factor for many illnesses. Neurobiological studies have implicated the amygdala as a brain structure crucial in stress responses. Whereas hyperactive amygdala function is often observed during stress conditions, cross-sectional reports of differences in gray matter structure have been less consistent. We conducted a longitudinal MRI study to investigate the relationship between changes in perceived stress with changes in amygdala gray matter density following a stress-reduction intervention. Stressed but otherwise healthy individuals (N = 26) participated in an 8-week mindfulness-based stress reduction intervention. Perceived stress was rated on the perceived stress scale (PSS) and anatomical MR images were acquired pre- and post-intervention. PSS change was used as the predictive regressor for changes in gray matter density within the bilateral amygdalae. Following the intervention, participants reported significantly reduced perceived stress. Reductions in perceived stress correlated positively with decreases in right basolateral amygdala gray matter density. Whereas prior studies found gray matter modifications resulting from acquisition of abstract information, motor and language skills, this study demonstrates that neuroplastic changes are associated with improvements in a psychological state variable.

[3] Luders E., Shifting brain asymmetry: the link between meditation and structural lateralization, in Frontiers in Human Neuroscience. Informazione reperita sul sito web http://www.bmap.ucla.edu/about/peopledetails/eileen_luders/ 

[4] Informazioni reperite sul sito http://psichedintorni.it/mindfulness-ricerca-scientifica/

Una meta analisi di diversi studi ha riportato come la Mindfulness sia in grado di ridurre i livelli di stress in persone in salute (A. Chiesa, A. Serretti, Mindfulness-Based Stress Reduction for Stress Management in Healthy People: A Review and Meta-Analysis).

Brown (2003) ha trovato una diminuzione nei disturbi dell’umore e dello stress a seguito di interventi di mindfulness (Brown KW, Ryan RM, “I vantaggi di essere presenti: Mindfulness e il suo ruolo nel benessere psicologico”. Journal of Personality and Social Psychology)

Holzel (2009) ha dimostrato che l’abbassamento del livello di stress percepito correla con una riduzione della densità di materia grigia dell’amigdala, area cerebrale che gestisce le emozioni e che si attiva in situazioni di stress.
Una riduzione dell’attivazione dell’amidgala corrisponde infatti a una diminuizione della risposta di stress. (Britta K. Hölzel, James Carmody, Karleyton C. Evans, Elizabeth A. Hoge, Jeffery A. Dusek, Lucas Morgan, Roger K. Pitman and Sara W. Lazar “Stress reduction correlates with structural changes in the amygdala”).

Jacobs (2013) ha osservato una correlazione tra la diminuizione dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e l’aumento del livello di presenza mentale, a seguito di un training di Mindfulness di tre mesi somministrato ai partecipanti allo studio (Jacobs, Tonya L. et al., “Self-reported mindfulness and cortisol during a Shamatha meditation retreat”).

 

[5] www.scientificamerican.com/article/neuroscience-reveals-the-secrets-of-meditation-s-benefits/

[6] Maslow A. H., Verso una psicologia dell’essere, ed. Ubaldini, 1978. «Si profila oggi all’orizzonte una concezione nuova della malattia e della salute umana: una psicologia a mio avviso tanto stimolante, tanto ricca di straordinarie possibilità, che cedo alla tentazione di presentarla pubblicamente prima ancora che sia stata verificata e confermata, e prima che la si possa definire conoscenza scientifica attendibile». Con queste parole Abraham H. Maslow introduce la sua psicologia ottimistica che è definita la ‘Terza Forza’ perché contrasta nettamente con le due principali psicologie, quella del comportamento e quella freudiana. La terza forza comprende molti gruppi, tra cui seguaci di Jung, Adler, Horney, Rogers e qualche esistenzialista. In questo libro Maslow utilizza studi su persone psicologicamente sane e sulle esperienze e i momenti più sani nella vita della gente comune, per dimostrare che gli esseri umani possono essere nobili e creativi e che sono capaci di seguire i valori e le ispirazioni più elevati.