“Dal tutù al tableau vivent. Esperienze di contatto a scuola di danza”

 

Ancora tratto dal mio primo libro, LA VIA DELL’ARTCOUNSELING, Creativa Edizioni, 2011.
Stavolta descrivo la mia esperienza pratica con due gruppi di ArtCounseling Bioenergetico e DanzaFototerapia rivolto a ballerine amatoriali e non… ♥ Interessante soprattutto per chi ha fame di pratica!

“Dal tutù al tableau vivent.
Esperienze di contatto a scuola di danza

Dopo la descrizione di casi individuali e di coppia, e alcuni cenni alla teoria di gruppo, adesso descriverò due seminari che ho condotto tempo fa in due scuole di danza, lo Studio Danza di Ilaria Pilo a Castelnuovo Garfagnana (LU), e L’Arco di Artemide Modigliani (RM). Si è trattato entrambe le volte di esperienze emozionanti, la prima con bambine molto piccole, dai sette agli undici anni, e la seconda con ragazze dai venti ai trent’anni.
La direttrice di Studio Danza, Ilaria Pilo, danzatrice, insegnante e coreografa, chiama le piccoline con un nomignolo affettuoso, cignetti, che rivela tutta la dolcezza che sento scorrere tra loro. Appena mi affaccio alla sala vedo tutte le bambine in chignon, body rosa, scarpette e calze velate: evidentemente si aspettano una lezione di danza o qualcosa di simile che né loro né soprattutto le mamme sono riuscite bene a decifrare.
Finalmente si comincia! Metto una musica dolce di pianoforte, abbasso le luci ed accendo una candela al centro della sala, dopodiché chiedo ai cignetti di formare un cerchio e prendersi per mano, chiudere gli occhi per qualche istante e cominciare a presentarsi (Come ti chiami? Come stai? Cosa ti aspetti da questo incontro? Le classiche domande di rito…).
Le bambine sembrano incuriosite e mi sorprende la naturalezza con cui riescono a tuffarsi al loro interno. Il lavoro che fanno con Ilaria deve essere davvero speciale!
Propongo di nuovo di chiudere gli occhi, tenendosi ancora mano nella mano, e di iniziare a scaldare le corde vocali, quelle che ci permettono di comunicare col mondo. Le invito a scegliere una vocale e a provare a modularla nella modalità piano-forte, basso-alto, corto-lungo. La consegna è di fare il giro di tutte le vocali almeno due o tre volte e di concludere con la modulazione piano-basso-lungo, quella che favorisce di più il viaggio interiore. A questo punto invito i cignetti ad accarezzarsi tutto il corpo, dalla testa fino ai piedi, molto lentamente, come se le loro mani fossero quelle di uno scultore intento a dipingere la sua scultura del colore che preferisce. Poi invito ad un secondo contatto col corpo, stavolta più energico e tonificante: il corpo diventa pasta di biscotto e le mani sono quelle di una donna di casa che si diverte a dare tante forme diverse all’impasto. Chiedo di provare a far coincidere la pressione delle mani col movimento del corpo ed ogni movimento del corpo con l’espirazione, e di prolungare questo esercizio fino a quando si saranno alzate da terra.
Una volta che tutte le bimbe sono in piedi le invito ad assumere la posizione del grounding bioenergetico (ginocchia leggermente flesse, piedi ancorati al pavimento e leggermente rivolti all’interno, dita larghe, bacino mobile e rilassato), di giocare a spostare il peso a destra, sinistra, indietro e avanti fino a trovare il punto esatto del baricentro, riaprire gli occhi e guardarsi fra loro. I cignetti sono appena volati dentro, quindi le risatine e gli imbarazzi sono naturali e benaccetti: riscoprire l’altro da una posizione di contatto profondo è una rivelazione toccante che non sempre è facile sostenere.
A questo punto propongo di prendere confidenza con lo spazio, quindi invito le bambine a camminare per la stanza, testando le varie posizioni della danza (sulle punte, sui talloni, piedi in dentro, piedi in fuori etc.) e salutandosi l’un l’altra col nome del colore con cui il loro scultore interiore le aveva dipinte poco prima.
Faccio seguire una serie di esercizi di bioenergetica (do-in bioenergetico, bend over, rotazione del collo, delle spalle, del bacino etc.) per sciogliere il corpo, rilassare le tensioni dell’apparato muscolare e iniziare a sentire il contatto tra respiro e movimento, per arrivare alle emozioni. Sento l’energia crescere, i cignetti mi seguono a meraviglia, divertite e assorte. Sono bambine piccole e non potevo prevedere quanto sarebbe successo di lì a pochi secondi. Propongo un esercizio di liberazione emotiva: suggerisco alle bimbe di immaginare di avere ai piedi delle ciabatte e di volerle lanciare verso il soffitto, scalciando con forza le gambe verso l’alto. Dopo pochi minuti le invito ancora ad immaginare di avere il corpo pieno di sabbia e di iniziare a scrollarsela di dosso, stavolta su una lastra di ferro sotto i piedi. L’energia si alza all’inverosimile fino ad esplodere in un “Via!!! Viaaa!!! Viaaaaaaaa!!!” che i cignetti gridano veramente con tutte le forze che avevano in gola. Per favorire l’integrazione dell’esperienza suggerisco di chiudere gli occhi e di mettere una mano sul cuore e l’altra due dita sotto l’ombelico, mantenendo il contatto col respiro e con l’energia appena liberata. Dopo qualche minuto invito tutte a dividersi a coppie e propongo una danza di rispecchiamento dove le bambine avrebbero alternato (senza usare le parole) la conduzione del movimento. Dopo la danza, propongo di osservare la distanza fisica che hanno scelto fra di loro e di verificare se è quella “giusta”, quella che le fa sentire davvero a proprio agio: c’è chi si avvicina, chi si allontana, chi resta ferma, ma poco dopo tutte finiscono per abbracciarsi ed ogni “giusta distanza” è scomparsa!
Per la prossima esperienza i cignetti dovranno dividersi in gruppi di tre: a turno ognuna di loro sarà massaggiata dalle altre due ed al mio segnale dovrà riaprire gli occhi, restare in contatto oculare con le compagne e trovare un modo di alzarsi, assumendo la posizione della scultura immaginata all’inizio. Dopo il primo giro, propongo di aggiungere una parola: poco prima di fermarsi nella posizione della statua ogni bambina dovrà pronunciare il nome del colore con cui aveva immaginato di essere dipinta.
Mi sorprende ancora una volta come, nel cerchio finale di condivisione, ogni bambina, parlando del suo colore, rivela parti profonde di sé.
Ed ecco il ringraziamento finale: namasté… ossia, saluto il divino che è in te. Vedo che i cignetti mi guardano storto, le capisco, nemmeno io amo parlare in lingue straniere. E oltretutto qui c’è di mezzo il divino. Allora chiedo, incuriosita ma con l’aria apparentemente distratta, come tradurrebbero questa parola: loro mi guardano un po’, poi scoppiano a ridere e in coro gridano GRAZIE! Le bambine sono sempre le migliori insegnanti…
Il secondo seminario di cui voglio parlarvi è stato interessante sotto altri profili, sicuramente legati alla maggiore età delle ragazze. Penso di finalizzare questo incontro di ArtCounseling allo scatto di una fotografia, un tableau vivent, per mostrare quanto sia possibile espandere la nostra energia anche solo nell’arco di due ore di lavoro consapevole.
Non sarà impresa facile: già dal cerchio di presentazione le ragazze rivelano una profonda angoscia che mi lascia quasi spiazzata, perché non capita spesso di raggiungere un tale livello di intimità dopo pochi minuti. Stanno tutte male, chi per problemi familiari, chi per sbalzi e cali nell’umore, chi per motivi che neanche conosce. Mi assale una sensazione mista di tristezza e compassione, sento un peso allo stomaco e lo dico, dando prova di sincerità. L’insegnante della classe di danza si scusa con le ragazze dicendo di sapere che vengono a danza “per non sentire”, ma aggiunge anche di credere molto a questo lavoro e mi prega di spiegare perché “sentire” è tanto importante. Io rispondo che le emozioni sono le frecce indicatrici della strada che ci porta verso la felicità, e che non sentirle equivale quindi a non sapere qual è questa strada.
Gli sguardi delle ragazze da questo momento si fanno più attenti.
Con una piccola automatica, scatto dei primi piani al viso di
ognuna di loro.
Finito il giro di presentazioni metto una musica dolce e invito le ragazze a chiudere gli occhi, prendere contatto col respiro e iniziare a massaggiarsi la mandibola, sede di tutto quello che non abbiamo mai avuto il coraggio di dire. Dalla mandibola il massaggio passa alle guance, alle tempie, alla testa, al collo e, come se fossero i pupazzi di un burattinaio che le manovra dall’alto, le invito a trovare un modo per alzarsi.
Iniziano a camminare per la sala esplorando i vari livelli (alto-medio-basso), e cercando un gesto per creare un contatto con le compagne. Poi si dividono a coppie: per facilitare il meccanismo di autoregolazione emotiva, le suggerisco di prendere contatto con lo sguardo della compagna e di divertirsi a giocare con la distanza, ora accorciandola, ora allungandola, per osservare quali sensazioni scaturisce dentro di loro e, dato che sono tutte danzatrici, le invito a farlo improvvisando una danza come un dialogo senza parole.
A questo punto invito le ragazze a trovare un contatto anche fisico, in modo che ognuna esplori modalità delicate e rispettose con cui entrare in relazione con la compagna. Saranno gli occhi, non le parole, a dire loro se si staranno spingendo troppo oltre o se andrà bene così. Dopo qualche minuto propongo di approfondire il contatto: le ragazze potranno accarezzarsi e chiudere gli occhi per qualche istante ogni volta che le sensazioni si faranno troppo intense. L’esperienza si conclude con un abbraccio, che scaccia ogni tensione.
Dopo questo momento di contatto pieno (per usare un’espressione cara alla Gestalt), invito le ragazze a staccarsi e a guardarsi negli occhi dicendo alla compagna questa frase: “In questa vita quello di cui ho più bisogno è…”. La musica in sottofondo, le luci basse, il profumo di incenso: tutto concorre a creare un momento molto intenso che tutte hanno il coraggio di vivere fino in fondo, e che, tra le parole, onorano con un lungo secondo abbraccio che non avevo nemmeno richiesto.
A questo punto invito le ragazze a trovare un modo per salutare la compagna e a riprendere a camminare per la stanza, ora molto velocemente, ora più lentamente che possono. È il momento dell’esercizio gurdjieffiano dello stop: al mio stop, le ragazze dovranno fermarsi nella posizione esatta in cui si trovano ed osservare il loro corpo posizionato nello spazio. Ripetiamo l’esercizio tre o quattro volte. L’ultima volta chiedo a qualcuna di loro chi è e cosa sta facendo. È incredibile dove possa arrivare la nostra fantasia! Sento molta energia, come un cielo denso di elettricità che ha solo voglia di scaricarsi.
Propongo una breve meditazione dinamica, quelle create da Osho, alternando qualche minuto di respirazione nasale e scuotimento del corpo, qualche minuto di una danza libera facendo finta di essere pazze e qualche minuto di saltelli con le ginocchia flesse e le braccia alzate ripetendo la vocale U per prendere l’energia della terra e farla salire fin sopra la testa. L’energia è tale che quest’ultima fase si trasforma in un battito di mani e in una danza degna di un rave-party: le ragazze si stanno liberando!
Per integrare l’energia così smossa, le esorto a cadere a terra e a rimanere qualche istante in quella posizione, mantenendo il contatto col respiro. Dopo qualche secondo le ragazze dovranno trovare un secondo contatto con le compagne più vicine, cercando con le mani, coi piedi, con la testa o con qualunque altra parte del corpo una parte del corpo delle amiche. Le ragazze si ammassano lentamente al centro, le invito a carezzarsi e a riaprire gli occhi.
Ridono, è normale, le tranquillizzo dicendo che possono stare nella risata, basta solo che cerchino di non parlare. A questo punto chiedo a tutte di alzarsi e di trovare un modo per sentirsi stabili nel corpo e al tempo stesso in contatto con le compagne. Una volta in piedi le ragazze sono molto vicine per la fase clou dell’incontro: la creazione del tableau vivent.
Dichiaro di essere una vecchia fotografa famosa che non si è ancora arresa all’idea di aver esaurito tutti gli scatti possibili e prometto che se mi aiuteranno a trovare una nuova immagine fantasiosa e originale, dopo aver immortalato le pose, ne regalerò una copia a ciascuna di loro!
Iniziano una serie di scatti, tutti diversi fra loro, dei veri e propri tableaux vivents. Spengo e accendo le luci varie volte, lasciando alle ragazze il tempo necessario per trovare posizioni sempre diverse che dovranno mantenere ogni volta per qualche secondo, finché non sarà ancora buio.
L’angoscia iniziale si è trasformata in buffe smorfie e in grandi sorrisi!
Se ne accorgono anche loro, non appena confrontiamo le foto- grafie dell’inizio con questi spiritosi scatti finali. Click.

Barbara Bedini