“E se invece di cambiare, fiorissi?… ” Il caso di Lisa

Un articolo tratto dal mio primo libro, La Via dell’ArtCounseling, Creativa Edizioni, 2011.

Chissà perchè mi ricapita in mano proprio oggi… L’ho scritto circa sei anni fa, ne è passata di acqua – e di esperienza – sotto i ponti. Oggi trovo questo paragrafo pieno di ingenuità e di inesattezze – alcune perfino grammaticali, sig! – eppure una volta di più sento chiaro e forte dentro di me come nessun operatore possa lavorare con un altro essere umano senza lavorare prima di tutto con se stesso… Se volete chiarirvi meglio le idee su come funziona un processo-sessione-tipo di Artcounseling a mediazione bioenergetica, leggetelo tutto! E grazie della fiducia! ♥

“E se invece di cambiare… fiorissi?” Il caso di Lisa

“In questa sezione del libro intreccerò riflessioni teoriche alla descrizione di casi concreti, quelli con cui l’operatore ha a che fare quando una persona entra nel suo studio ed inizia a svelargli parti di sé, mettendogli in mano il suo cuore. Tradurre in momenti di ascolto efficace quello che si è appreso tra le pagine dei libri o sui banchi di scuola è un processo molto delicato che necessita di un elemento in più per potersi rivelare efficace: la completa messa in gioco del counselor ed il libero accesso al suo principale strumento di lavoro… se stesso, parafrasando ancora una volta Carl Rogers e Carl Gustav Jung.
Inizierò con il caso di una giovane ragazza che ho seguito per un anno con sessioni individuali a cadenza bisettimanale: questo caso mi sta particolarmente a cuore perché ha coinciso con un momento in cui il passaggio dalla formazione all’attività professionale che stavo vivendo io in prima persona corrispondeva al passaggio dall’adolescenza alla giovinezza che stava attraversando la mia cliente. Mi piace chiamare le persone con cui lavoro individualmente viandanti solitari, ma non perché siano individui poco socievoli o particolarmente introversi, anzi, spesso è vero il contrario: mi piace chiamarle così semplicemente perché nel mio immaginario questa espressione evoca l’immagine di persone forti e coraggiose, che stavolta, comunque, non affrontano il viaggio solo per ritrovare se stesse ma anche tutti i lori compagni dispersi lungo il tragitto!
Lisa si affaccia alla porta del mio studio con passo esitante. Riconosco quel viso delicato e contratto: l’avevo incrociato la settimana precedente in occasione di una serata di presentazione della mia attività e già in quell’occasione avevo notato la sua propensione a non farsi notare. Lisa ha 25 anni, una costituzione minuta, la pelle chiara, la mascella serrata e gli occhi costantemente sgranati come se temesse l’esplosione di una qualche disgrazia da un momento all’altro.
Il problema che mi rivela per primo, tradendo per fortuna ogni riserbo, riguarda gli attacchi di panico, disturbo di cui soffre ormai da più di dieci anni: oltre al disagio in sé, mi rivela di avere grandi difficoltà con il suo ragazzo e con le sue compagne di appartamento, a cui non ha mai parlato di questo problema a causa dell’imbarazzo che ha sempre provato al riguardo. In più, da vari mesi è bloccata nella scrittura della tesi di laurea, che non riesce a completare per difficoltà di concentrazione e per problemi di ansia collegati anche alla sua confusa situazione sentimentale.
Lisa si lamenta dell’eccessiva pressione che sente esercitare su di lei dal suo compagno e dai suoi genitori: “Sono tutti interessati alla mia tesi ed a cosa deciderò di fare dopo la laurea, nessuno però si interessa mai a me!”. Anche se faccio sempre attenzione a non dare facili interpretazioni, in quella frase mi sembra già di intravedere un “nodo evolutivo” piuttosto evidente: la paura di crescere, di non riuscire ad assumersi le proprie responsabilità, di fallire, la paura che solitamente segna il passaggio dalla fase adolescenziale a quella adulta, uno dei momenti più delicati nella vita di un essere umano.
Lisa mi racconta che gli attacchi di panico sembrano arrivare puntuali ogni volta che prova emozioni particolarmente intense, come quelle che vive dopo aver fatto l’amore col suo compagno. In tutte queste occasioni, è come se in lei si attivasse un meccanismo perverso diretto a distruggere l’intensità del piacere, e riportare Lisa alla sua vecchia forma più facilmente gestibile: quella della bambina piccola di un tempo alla quale le principali figure di attaccamento, per prima la madre, hanno fatto pressione affinché si conformasse all’immagine della bambina ideale, diversa dalla vera Lisa e dalle sue più profonde pulsioni.
Perché Lisa non riesce mai a gestire il piacere e ha un bisogno
costante di scacciarlo via ricorrendo agli attacchi di panico? Forse perché non ha mai avuto finora profonde esperienze di questo tipo? Forse perché la situazione che meglio conosce (e ri-conosce) è collegata all’angoscia?
Durante uno dei nostri incontri, la ragazza mi racconta che anche col suo compagno, specchio più o meno conscio dei vecchi patterns di un tempo, è continuamente dilaniata tra il senso di mancanza, ogni volta che lui si allontana, e una sensazione di invasività che le fa venire l’impulso di scacciarlo lontano ogni volta che lui cerca di stabilire un contatto più ravvicinato. Quest’ultima, a dire il vero, è la sensazione che sembra crearle maggior disagio, a testimonianza dell’invasività cui fu sottoposta la Lisa bambina di un tempo (e quindi della familiarità con l’emozione relativa), dell’odio che allora nasceva dentro di lei e del devastante senso di colpa che ne seguiva.
Come suggerito dalla teoria dell’autoregolazione emotiva, il primo contatto tra me e la mia cliente parte da qui: sedute l’una di fronte all’altra, le chiedo di stabilire una distanza tra noi che la faccia sentire a suo agio. Dopo pochi minuti inizio ad allontanarmi molto lentamente da lei, invitandola a percepire il suo sentire al riguardo. Ancora una volta, emerge nitido il conflitto tra il suo bisogno di autoprotezione e il bisogno dell’altro, che tento di rimandarle allo scopo di svelarlo alla sua coscienza una volta per tutte.
A questo punto, le propongo di provare a dare corpo a questa lotta interiore con l’esercizio dello scalciare contro il cubo bioenergetico (un cubo in gommapiuma ideato da A. Lowen per essere colpito in modo da facilitare l’espressione dell’energia aggressiva), dopo averla invitata a sdraiarsi. Emerge fin da subito il profondo disagio che sembra bloccare la ragazza: le sue gambe sono completamente prive di energia, incapaci di rivendicare la verità di quel conflitto che il suo cuore poco fa ha chiaramente avvertito.
Perché Lisa non riconosce a se stessa il diritto di esprimere il risentimento accumulato negli anni?
Per facilitare la necessaria mobilitazione di energia, stavolta le suggerisco un lavoro sul respiro; la invito quindi ad inspirare ed espirare senza mai interrompere la circolarità della respirazione e senza preoccuparsi di approfondire la quantità di aria inspirata attraverso un atto di volontà, ma solo restando aperta all’esperienza del lasciar accadere, della spontaneità del processo.
Dopo circa dieci minuti durante i quali cerco di aiutarla a rilassarsi e ad approfondire la respirazione evocando apposite immagini, le chiedo di alzarsi e di fare molta attenzione a quel gesto. Preciso che in questo momento il semplice atto di passare da una posizione sdraiata ad una posizione prima seduta poi verticale per noi acquisterà un significato molto particolare: quello di sentire, col corpo emotivo e non con la mente, cosa si prova stando sulle proprie gambe, facendocela, finalmente, da sola!
Lisa si alza con molta lentezza, evidentemente emozionata, noto dal colore della pelle che è completamente aperta al proprio sentire, avverto nella mia stessa pancia la pesantezza dei suoi piedi sul pavimento, primo uno, poi l’altro. Ed ecco che finalmente è in piedi, perfettamente consapevole del significato che quella posizione sta rivestendo per noi durante questa esperienza. La esorto quindi a camminare per la sala, sempre molto lentamente, e dopo pochi minuti le chiedo di ripetere questa frase “Io sono una donna e ce la sto già facendo”. Passano più di cinque minuti prima che Lisa proferisca parola; non mi aspettavo che la semplice ripetizione di una frase potesse scatenare tanta resistenza! Nel frattempo avevo già deciso di aiutarla; cammino per la sala insieme a lei ed inizio a ripetere a voce alta quella frase, rivivendo ancora una volta la meraviglia di lasciar parlare la bambina che anch’io sono stata una volta.
Lisa rimane molto colpita da questa esperienza, ha il viso trasformato e gli occhi lucidi, mi abbraccia con tutta la forza che ha e mi confessa di sentirsi come ci si sente dopo aver scavalcato un muro alto 15 metri.
Due settimane dopo entra nel mio studio con lo sguardo entusiasta: gli attacchi di panico sono spariti, ormai è quasi un mese che non ne ha più uno (non le era mai accaduto prima d’ora), e finalmente sembra essersi sbloccata perfino con la tesi. Sono molto soddisfatta per lei ed il lavoro svolto. Tuttavia si lamenta ancora dell’atteggiamento assillante dei suoi genitori e del suo compagno, che, mi racconta, vogliono ascoltare solo discorsi sulla tesi o su progetti di lavoro, e cambiano sempre argomento ogni volta che lei inizia a parlare di cose che, secondo loro, in questo momento sono solo sciocchezze.
Lisa è seduta sul materasso di fronte a me. Percepisco chiaramente il suo risentimento per non essere ascoltata proprio dalle persone che ama di più (soltanto ora o anche un tempo?). Le propongo di ripetermi la parola “Ascoltami!” colpendo coi pugni sul materasso, e poco dopo anche coi piedi (come si trattasse della protesta di un bambino).
L’energia nei suoi pugni sale lentamente ma inesorabilmente, e quella parola, ascoltami, diventa quasi un urlo, un urlo disperato e lancinante, come uscito da una caverna scavata chissà dove. Ma ecco che all’improvviso si blocca. Lisa ansima, dice di sentire molta paura, diventa pallida, le chiedo cos’è che la terrorizza così tanto, e lei mi risponde: “l’idea… di cambiare! Cambiare! Cambiare!! E così facendo perdere qualcosa!!!…”.
Quanto attaccamento abbiamo ai nostri atteggiamenti di sempre, positivi o negativi poco importa; l’importante è la falsa sicurezza garantita dal mantenimento dei nostri vecchi equilibri, costi quel che costi, anche la nostra stessa vita. Credo davvero che questo sia il terrore più intenso di tutti; il terrore del cambiamento, della perdita della nostra identità conosciuta, del vuoto, dell’ignoto e, chissà, forse anche del piacere!
La rincalzo ancora una volta, proponendole una lettura diversa del suo timore: “E se invece di cambiare… fiorissi?”. Lisa scoppia in un pianto a dirotto: la confidenza tra noi, l’energia irradiata dal suo corpo sottile, la fluidità dei nostri incontri da questo momento sarà cambiata per sempre. Lisa mi racconta che i fiori sono da sempre la sua più grande passione: la sua casa è sempre piena di rose e di piante di ogni tipo, i suoi vestiti hanno quasi sempre disegni floreali (me ne accorgo solo ora!), perfino i nomignoli ricevuti dai suoi ex fidanzati e dalle amiche di scuola hanno sempre avuto a che fare coi fiori!
L’immagine del suo cambiamento come fioritura la convince e la rassicura, e per qualche sessione lavoriamo con l’arteterapia, in particolare col disegno e con l’argilla, facendo attenzione alla scelta dei colori, al loro significato ed alla consistenza dei materiali da lavoro (la creta per l’accoglienza, il das per la determinazione, il pongo per il gioco…), scoprendo poco per volta le qualità che Lisa vorrebbe sviluppare nella sua vita da adulta.
Anche la danzaterapia offre stimoli importanti. In uno dei nostri ultimi incontri, le chiedo di assumere una posizione col corpo che descriva il suo stato d’animo presente. Lei mette un pugno sul cuore ed allunga un braccio verso di me, a testimonianza, ancora una volta, di quel conflitto trapelato fin dall’inizio (quello tra auto-protezione e slancio verso l’altro). Nel tentativo di aprire quel suo lato forse ancora troppo protetto, le suggerisco di aprire lentamente il pugno e di provare ad allungare anche quel braccio verso di me, focalizzando l’attenzione sulle sensazioni che quel gesto le avrebbe suscitato.
“Mi sento nuda”, sussurra con un filo di voce tenendo entrambe le braccia allungate in avanti. Avverto una sincera richiesta di mediazione, quindi le propongo di trovare una nuova posizione dove possa sentirsi a suo agio, pur avendo appena esplorato la nudità che deriva dalla totale esposizione verso l’altro. Lisa assume lentamente e nitidamente una posizione intermedia tra la posizione di partenza e la seconda: esperimento riuscito!
A questo punto la invito a camminare per la stanza ed a trovare dei gesti di fioritura ogni volta che mi avrebbe incrociata, per aiutarla a cristallizzare l’esperienza dell’aprire e dell’aprirsi attraverso il gesto più eloquente di tutti, quello del corpo. Dopo qualche minuto, le suggerisco di assumere la posizione di un fiore che sboccia e di restare ferma così, come fosse la scultura vivente di un artista distratto che nella sua opera, forse, ha dimenticato ancora qualcosa: l’esistenza dell’altro. Molto dolcemente, mi inserisco quindi tra le sue braccia e cerco uno spazio anche tra le sue gambe, modellandomi naturalmente intorno alle linee di tutto il suo corpo, in un respiro più ampio delle nostre membra divise.
La nostra unione ha generato una statua meravigliosa e inattesa, un fiore più grande creato dai nostri due piccoli fiori, che nel rispetto delle parti forma un tutto decisamente più ricco. Le faccio osservare la presenza di entrambe le nostre personalità (crescere, infatti, non significa scomparire) e insieme la straordinaria creazione di questa nuova entità, frutto di ogni condivisione che scorre dai piedi alla testa passando dal cuore.
A questo punto invito Lisa a dare un nome alla scultura creata dai nostri corpi, e lei risponde, stavolta senza alcuna esitazione: “La rosa in fiore”. Siamo ancora in due, sì, ma la rosa adesso è una soltanto!
Oggi Lisa sembra proprio una bimba, eppure sento di aver appena assistito al suo primo passo da adulta”.

Barbara Bedini