Tracce di un seminario di FilmDanceCounseling. Gabriella lascia il vecchio per il nuovo!

Tratto dal mio primo libro LA VIA DELL’ARTCOUNSELING, Creative Edizioni, 2011

 

Uno dei lavori, e delle donne, a cui sono più affezionata. Un lavoro artiterapeutico a tutti gli effetti, dotato anche di DVD, presentato in occasione della mia tesi di laurea in Lettere ad orientamento artistico, grazie alla disponibilità del mitico Prof. Giulio Latini, dicente universitario e Critico cinematografico.
La protagonista stavolta è Gabriella, una bella donna di circa 60 anni arrivata da me in occasione della perdita di suo marito e del suo smarrimento di fronte al suo sentire e all’inevitabile domanda: “… Perché mi sento così bene?”. Buona lettura.

Tracce di un seminario di FilmDanceCounseling.
Gabriella lascia il vecchio per il nuovo!

Qualche anno fa pensai di proporre questa esperienza con la telecamera a Gabriella, un’allieva del corso di Teatro-Danza del Risveglio (teatro-danza ed artiterapie espressive) che tenevo quando vivevo ancora a Roma.
Durante tutto l’anno Gabriella aveva lavorato intensamente a livello corporeo, emotivo e psicologico attraverso il linguaggio del teatro-danza, della bioenergetica e della scrittura creativa.
La giornata prese le mosse dai nostri abituali esercizi di teatro- danza. Inserì nel lavoro anche le Danze Sacre di Gurdjieff, cosciente dell’intensità meditativa, del potere terapeutico e della qualità di un training che le ricomprenda.
Quella mattina Gabriella era emozionata; la sola vista della telecamera e del cavalletto la distolse dal raccoglimento di sempre, ma fu solo questione di poco, e poi la concentrazione riprese.
Uno dei tratti più interessanti di questa esperienza fu lo strutturarsi dello script durante il corso delle riprese. Non avevo in mente ancora niente, fino a quel mattino, eccetto i temi che volevo affrontare: la solitudine, la rabbia, la libertà, la scoperta di nuove possibilità (il foulard arancione alla fine della storia, simbolo di ogni nuova conquista ottenuta grazie ad un intenso lavoro su di sé, per usare un termine gurdjieffiano).
Non era tutta farina del mio sacco, comunque: durante i nostri incontri Gabriella stessa aveva descritto questi concetti attraverso una serie di poesie, disegni e brevi racconti su un cartellone che aveva rappresentato il “tappeto volante” di ogni allieva.
La consegna era quella di seguire l’immaginazione e gli stimoli del momento per comporre brevi storie in forma grafica o verbale. Tra l’antefatto e la risoluzione invitavo le ragazze a riportare alla memoria, e poi a descrivere, una situazione conflittuale che ricordavano di aver vissuto in prima persona e su cui sentivano di dover in qualche modo ancora fare chiarezza (e talvolta è capitato anche che riaffiorassero ricordi che sembravano svaniti nel nulla). Alla fine dell’anno il cartellone di Gabriella era l’unico a non avere uno spazio vuoto. Ogni volta lei era l’ultima a staccarsi dal foglio, offrendomi sempre occasione di riflettere su grandi temi come il contenimento e il distacco.
A fine anno il nostro esperimento con la telecamera si svolse tra noi due, in una specie di stage-sessione individuale, in occasione della discussione della mia seconda tesi di laurea, stavolta in Lettere ad orientamento artistico, in CinemaCounseling. Quello che avevo in mente era di girare una specie di autoritratto audiovisivo, una sorta di istantanea della mia allieva che tentasse di descriverla il più fedelmente possibile com’era quel giorno, alla soglia dei suoi sessanta anni, in piena fase di rinascita e potenziamento di Sé.
Gabriella avrebbe voluto danzare da sempre; il gioco della vita la porta invece ad un matrimonio che la coinvolge totalmente: suo marito era un pittore, e tutti sanno quanta pazienza ed attenzione richieda ogni artista a chi li accompagna lungo tutta la vita. Da questo matrimonio nascono presto due splendidi bambini, e, insieme a loro, amore incondizionato e tanto altro impegno. Tre anni prima del nostro incontro Gabriella purtroppo perde il marito, e come capita spesso a chi non si arrende di fronte alle difficoltà della vita, la sofferenza si rivela ben presto occasione di crescita. La donna si iscrive al corso di teatro-danza ed arti terapie senza aver mai studiato danza prima d’ora, motivata da un gran desiderio di aprirsi alla vita ed alla bellezza che intuiva in tutte le cose. Ogni percorso di teatrodanzaterapia mira a facilitare l’espressione di sé, e quindi lo scongelamento di zone depresse attraverso la mediazione dell’arte.
Durante l’anno Gabriella aveva vissuto momenti particolarmente intensi in cui era riuscita a stimolare la creatività e ad aprire dolcemente il cuore attraverso la rivitalizzazione dei centri energetici ad esso collegati, specie quelli sulle spalle e lungo la spina dorsale. Appena le proposi di mettersi in gioco con un lavoro di ricerca sull’immagine, dunque, accettò entusiasta: che curiosità scoprirsi per la prima volta allo specchio!
Per le riprese le proposi di portare con sé due oggetti che le stavano particolarmente a cuore e lei quella mattina mi mostrò una catenina d’oro e un foulard arancione, l’ “oggetto d’amore” intorno a cui decidemmo di far ruotare tutto il racconto.
Ecco l’idea della storia: Gabriella dorme sdraiata in un campo di ulivi, luogo magico e a-temporale, metafora del vero Sé, dove farà ritorno alla fine del racconto portando con sé un nuovo foulard, simbolo della trasformazione avvenuta durante il viaggio. Le scene intermedie rappresentano la difficoltà delle relazioni interpersonali: il litigio col suo compagno, il ritardo della sua migliore amica, tutti pretesti per iniziare un vagabondare solitario per le strade della città alla ricerca di qualcosa di nuovo (una borsetta, un paio di scarpe, una maglietta) che la facesse sentire un po’ meglio. Ma niente di tutto ciò che vedeva sembrava soddisfare la sua curiosità.
Presto spazientita, Gabriella decide di disfarsi di qualcosa che ancora le appartiene ma che ormai è solo un peso, quindi sale in cima ad una scala e lancia nel vuoto il suo cappello di paglia. Col gettare il cappello, la pulizia del superfluo.
Finalmente più leggera entra in un negozio di anticaglie e inizia a rovistare tra gli articoli esposti sugli scaffali. Ad un certo punto scorge un foulard arancione arrotolato dentro un tappeto e, affa- scinata dalla sua bellezza e dal suo insolito ripostiglio, decide di acquistarlo (la danza col foulard dentro il bazar racconta la bellezza della ricerca, che dà frutti rari e solitamente nascosti – vedi DVD allegato).
La storia, come anticipavo, si sviluppò momento per momento insieme alla mia cliente, grazie a confronti verbali e tecniche di sceneggiatura che introducevo in ogni feedback.
Il metodo che ho utilizzato è piuttosto semplice: partire da un oggetto caro (il foulard) e da un ambiente rassicurante (l’uliveto) per poi esplorare gli argomenti già discussi (l’incomunicabilità, la difficoltà delle relazioni, il litigio, l’attesa, l’impazienza e così via).
Al di là della storia raccontata nel cortometraggio pensai di integrare il lavoro con qualche classico esercizio di video-terapia (dialogo in diretta con la propria immagine sul monitor; zoom da un mezzo busto ad un primissimo piano per autoregolare la giusta distanza tra sé e la propria immagine; messa in scena di un oggetto con cui l’attrice può interagire liberamente, etc.).
La sera rivedevamo insieme il materiale girato durante il giorno: un’immagine che ricordo ancora con commozione è Gabriella (in carne ed ossa, stavolta) che non riesce a trattenersi e commenta ogni fotogramma che le scorre sotto gli occhi con lo sguardo meravigliato di una bambina.
L’esperienza del vedersi e dell’essere visto, d’altronde, è sempre intensa e coinvolgente. La piacevole autogratificazione di scoprirsi ancora una bella donna, “accidenti… si, non sono ancora per niente male!!…”; la commozione alla vista del tutù da ballerina, quello dei sogni di sempre; la frustrazione di certe posture del corpo autorivelatesi “forse ancora un po’ troppo ingessate… ”; il grido di libertà che sembra uscire dal centro della terra racchiuso nella sua pancia, che decidiamo di inserire nella scena finale: tutto rimanda un feedback puntuale e perfetto.
Il cinema come memoria, nel nostro lavoro memoria di sé, al pari di una fotografia lasciata nel cassetto e rispolverata ogni tanto, magari per farsi venir voglia di scattarne una nuova, per tracciare sul proprio volto il disegno del tempo che passa, per toccare con gli occhi la certezza della vita che cresce, ma soprattutto per capire che il nostro respiro non pulsa solo dentro di noi ma ha bisogno anche di uscire all’esterno, affinché ogni persona coraggiosa possa dire al mondo “Guardatemi! Sono viva! Esisto anche io!”.

Barbara Bedini